sabato 8 settembre 2012

La Fine della Galassia, Capitolo 9


Ed ecco un altro capitolo de La Fine della Galassia, uno di quelli che considero pure come scritti meglio. Sparo che questo racconto vi stia piacendo.


Dorn guardò Abaddon con disprezzo, stanco della sua presenza tra le linee del Caos "Ezekiel Abaddon, sono stanco delle tue lamentele. Osi continuare a dare ordini, ma i tempi in cui eri il più famoso sono finiti. I Primarchi sono tornati e quindi non puoi permetterti di discutere" Abaddono osservò l'enorme figura del Principe Demone ricoperto da un'Armatura blasfema dorata di proporzioni spaventose e con grottesche decorazioni caotiche. Le sue carni erano deformate dalla fusione con l'armatura e persino ad Abaddon si raggelò il sangue quando il semi-dio lo fissò con il suo sguardo punitore. Nonostante le deformità, egli era ancora riconoscibile dai corti capelli bianchi e dalla sua spada a catena talmente grande che un normale palmo non era in grado di reggerla "per stavolta, devo essere d'accordo con Dorn, nonostante farlo sia piuttosto difficile" disse Perturabo camminando sul terreno sabbioso e friabile che si crepava ad ogni suo passo "Siamo stati inviati dagli Dei del Caos in questo sistema perché sono presenti numerosi pianeti con un diametro molto elevato, perciò tutte le nostre armate potranno stabilirvisi. Tu eri maggiormente importante perché noi o non eravamo presenti o, come Perturabo, ci occupavamo del nostro pianeta. Ora, Abaddon, non servi più perché abbiamo ripreso il completo possesso delle nostre armate. Occupati solo della Legione Nera perché sei fortunato del fatto che Loro non hanno voluto far tornare Lupercal, ma non provare a dare ordini" Dorn puntò la sua lama dentata contro il viso pallido del Distruttore, il quale cercò aiuto negli occhi di Perturabo, ma egli li chiuse e scosse la testa "la Terra dovrà cadere o dovrò ricredermi sul vostro potere"
"Taci Ezekiel!!" intervenne la voce di Mortarion che stava giungendo da loro ad ali chiuse e con la Mietiuomini tenuta salda nella mano "non voglio essere chiamato così!" continuò Abaddon con tono sprezzante "È il tuo nome e ti ho conosciuto con tale, sono libero di chiamarti come desidero" fumo verde fuoriuscì dal respiratore di Mortarion, i veleni che respirava volontariamente e gli ricordavano Barbarus, il suo pianeta natale distrutto dalle armate imperiali "fratelli, anche Fulgrim, Angron e Corax si stanno per aggiungere, per poi essere seguiti anche dal resto di noi. Mi dispiace per Magnus e i più forti della sua Stirpe, il Falso Imperatore li ha distrutti con quel suono distruttivo; porteremo vendetta per lui" il tono basso di Mortarion risultava ancora più oscuro con quel cappuccio di tela originariamente chiara, ma attualmente sporca di terra e veleno, ma egli continuò incurante delle impressioni altrui "ma ora vedo truppe nemiche che hanno notato il nostro arrivo qui. Questo sistema sarà teatro di morte e distruzione e ancor prima del nostro arrivo sulla Terra, le loro armate saranno profondamente indebolite" Mortarion bevve da un calice d'ottone veleni che solo lui poteva sopportare, ma che facevano parte dei rituali della Guardia della Morte, poi indicò verso ovest con la sua falce. Altri Custodes e Guardie Imperiali arrivavano, ma loro erano pronti ad affrontarli e vincere "Astartes!" chiamò Dorn con un grido facendo voltare la grande massa di Space Marine del Caos presenti intorno a loro e con la voce che risuonò nei loro petti rinforzati. Gli Astartes risposero in vari modi, da semplici risposte affermative gridate al cielo a versi sconnessi o persino danze blasfeme con movimenti predefiniti atti a portare la fortuna dalla loro parte. Gli stendardi maledetti vennero innalzati e sventolati con foga, quasi possedessero vita, poi i passi delle truppe caotiche fecero tremare la terra. I Primarchi presenti erano in testa alle lunghe fila, preparati a mietere più vittime di tutte le complessive fatte dai loro subordinati. I due schieramenti si avvicinarono nel campo aperto e i proiettili iniziarono a sibilare, le armi plasma e termiche riscaldarono l'aria. In molti perirono a causa del tiro nemico, ma dove ne moriva uno ne appariva un altro che calpestava il recente cadavere per guadagnare terreno e le armate alla fine cozzarono con violenza inaudita. Mortarion roteò la pantagruelica falce in un turbine di sangue e morte, portando il giudizio di Nurgle sui nemici e corrodendo le loro carni con veleni potentissimi che erano la causa delle loro urla straziate. I corpi si contorsero davanti a lui e il massacro veniva compiuto. Movimenti sicuri, senza sbilanciamenti verso la grazia o il macello, solo il puro essenziale di una perfetta Guardia della Morte atto ad uccidere e lasciare la carne al fato entropico di Nurgle. Perturabo, invece, preferiva sparare con le sue armi ponendole direttamente sul volto del nemico. I suoi Guerrieri di Ferro attuavano con perfezione chirurgica attacchi che uccidevano il nemico in un solo colpo con le armi a potenza maggiore della loro Legione. I martelli si schiantarono frantumando gli uomini quanto la terra sotto di essi e si diffuse il secco rumore di ossa spezzate o spesso sbriciolate.
E Dorn non voleva essere da meno, inasprendo di nuovo la rivalità tra i due con una segreta competizione a cui forse non si rendevano conto neanche di partecipare, ma che comunque produceva decine, se non centinaia, di morti. Lo spadone dentato ruggì contro interi plotoni di Guardia Imperiale e i suoi pugni uccisero molti sergenti e forse anche individui più importanti "avanzare! Non cedete terreno e perforate le linee nemiche!" urlò Perturabo indicando in avanti. Per quanto sembrasse improbabile però, anche gli Astartes subivano delle perdite, trafitte dalle possenti lance dei Custodes o dai colpi d'arma da fuoco delle Guardie Imperiali. I cadaveri, che fossero nemici o amici, fornivano un nuovo suolo da calpestare per raggiungere gli avversari. Il campo trasudava morte, odori di putrefazione, sangue e bruciato permeavano ogni cosa e non c'era tempo per curare i feriti. Quei pochi medici umani venivano uccisi dai loro stessi compagni che ignari proseguivano la loro corsa mentre loro non erano morti, ma si erano solo temporaneamente abbassati per fornire soccorso, però non c'era pietà in quella battaglia e pure gli apotecari sfruttavano i loro arnesi per uccidere e non per guarire. Non si poteva definire massacro, macello o carneficina, perché avrebbe solamente sminuito l'orribile vicenda in corso e nulla poteva descrivere tale disfacimento della vita. Se rimanevano senza un braccio, sparavano e lottavano con l'altro; se venivano mozzate entrambe le braccia allora tiravano calci e ginocchiate; se ogni arto era reciso, negli ultimi sprazzi di vita cercavano di mordere tutto ciò a cui potevano arrivare prima di morire affogati nel loro stesso sangue. Gli Space Marine avanzarono ancora, la guida dei Primarchi portò l'annientamento del nemico e le schiere dorate e mimetiche giacevano sulla terra zuppa di liquidi la cui maggior parte era sangue.
Mortarion osservò le sue perdite, le minori tra ogni Capitolo o Legione lì presente, e ne fu compiaciuto. Non sorrise, non era necessario, ma soprattutto doveva essere riservato per un'altra occasione: quella in cui il suo sporco padre sarebbe morto una volta per tutte e il suo corpo appeso allo stendardo più grande e corrotto. Camminò lentamente fino a raggiungere un'altura e da lì osservò le vaste forze del Caos e pensò che quella era solo una piccola parte del potere complessivo a loro disposizione. Alcuni Primarchi, come Guilliman, erano stati talmente tanto toccati dal Caos da diventare macchine da guerra completamente impazzite che agivano solo per poter soddisfare la loro sete di distruzione totale. Per questo Guilliman, Vulkan e Khan erano stati appositamente mutati per aumentare spaventosamente le loro capacità ed equipaggiati con armi fatte apposta per loro. Mortarion aveva assistito di persona alla mutazione di Vulkan. Con il tocco di ognuno degli Dei del Caos e l'utilizzo di macchinari di cui fattura e funzionamento erano a lui sconosciuti, Vulkan era diventato un essere ancor più massiccio, alto quanto un Principe Demone e dalla pelle del colore della lava solidificata, ma con vasi sanguigni in cui scorreva liquida e gli illuminava alcune parti del corpo. Gli occhi fiammeggianti e la bocca protesa in avanti del tutto fusa con la dentatura gli conferivano un aspetto ancor più bestiale e alla fine era stato equipaggiato con un'armatura del Caos verde scuro con sfumature nere e gli erano state donate due lance dalle punte del colore del magma. Dei sigilli gli erano stati posti sul corpo cosicché il suo controllo fosse sempre saldo, ma spesso veniva lasciato a sfogarsi con i propri nemici. Mortarion cedette e sorrise, anche quel momento era da ricordare perché il loro potere si stava espandendo e presto avrebbero dominato tutto...

Roona scese al piano terra e perlustrò tutt'intorno. Scavalcò uno dei cumuli di macerie sparsi per il piano e arrivò all'uscita dell'edificio, la quale però era già sfondata e con pezzi di muro un po' ovunque. Le macerie si spargevano verso l'esterno "fatta esplodere dall'interno" ragionò Roona mentre usciva furtivamente e si appostava per controllare lo stato della gamba e la possibile presenza di un Flagello. L'arto non era in perfette condizioni, il suo colore era virato verso il puro violetto, però non aveva tempo di preoccuparsene. Scrutò il cielo e oltre a velivoli di vario genere ad alta quota, notò un Flagello dalle ali piumate che volava in cerca di altri Eldar Oscuri. Agitò le braccia in modo che la potesse vedere e ottenuto il suo scopo aspettò che egli scendesse. Era sollevata di poter avere comunicazioni con altri Eldar Oscuri, almeno avrebbe potuto chiedere l'aiuto di un Homunculus "Furia Roona devo dedurre" disse il Flagello appena fu a portata d'orrecchio "da quando la mia fama mi precede?" chiese lei con tono arrogante "mi hanno comunicato che se avessi visto una Furia solitaria dai capelli corvini e un aspetto bellissimo, allora avrei dovuto pensare che fosse la cosiddetta Roona" lo sguardo del Flagello si posò sulla gamba della Furia "ha bisogno di cure. Sarà necessario chiamare un Homunculus per fornirle adeguati trattamenti" a Roona scappò una risata quasi di scherno "le hanno detto pure di trattarmi bene vedo" lui la fulminò con lo sguardo "mi hanno detto solamente di non permettere assolutamente che muoia" Roona non capì il significato della sua frase e una serie di domande le balenò nella mente. Ovviamente era un vantaggio per lei e non se ne lamentava, ma perché? Forse era più importante? Per quale motivo? Bellezza? Capacità? Qualcos altro che di cui non era a conoscenza? Sempre più domande e nessuna a cui sapesse dare una risposta. Il Flagello si girò e spiccò nuovamente il volo, probabilmente in cerca di un Homunculus. Approfittò dell'attesa per guardarsi intorno, era in una parte molto luminosa dell'arcamondo, con grossi palazzi che quasi lo percorrevano del tutto e una strada enorme, quasi una gigantesca piazza che percorreva interi chilometri. Non le piaceva l'estetica di quel posto, riteneva nettamente superiore Commorragh con le sue sanguinose arene, i posti oscuri, le urla, i palazzi molto più grandi e la cui fine era perlopiù invisibile. Passarono ancora diversi minuti, la sua attesa continuava e si preoccupò che qualche nemico spuntasse all'improvviso.
Alla fine un Raider arrivò a tutta velocità, fermandosi davanti a lei e scaricando il Flagello di prima e un torreggiante Homunculus dall'innumerevole quantità di braccia, di cui un braccio terminava con una chela e uno impugnava una lama dalla forma strana. Guardandolo con più attenzione mentre si avvicinava, lo riconobbe come il Maestro Homunculus, Urien Rakarth "Furia, soggetto dalla fisionomia interessante" Roona non capì se interpretarlo come un complimento o una sua semplice analisi "muscoli sviluppati, sensi acuti e grazia nell'uccidere. Vorrei un giorno fare dei test su una di voi. Comunque qui abbiamo un arto rotto, deduco frattura composta da impatto" parlava spedito con una voce carica di interesse e non capì assolutamente come facesse a sapere la natura e la causa della ferita. Rakarth prese una siringa contenente un liquido verdognolo e lo iniettò senza alcun avviso nella gamba di Roona. Lei sgranò gli occhi non appena la siringa si conficcò, ma subito dopo ritornò alla calma. In quell'attimo si ritrovò ad essere sollevata dal fatto che non c'era Eldar Oscuro migliore che potesse curarla, ma contemporaneamente preoccupata su cosa intendesse lui con curare. Con sua meraviglia, la gamba riprese immediatamente un colorito normale e riprese a muoverla con facilità "reazione alla sostanza normale, nessuna anomalia esterna. Chiedo il permesso di poterla sottoporre ai miei test, Furia" Roona scosse la testa "permesso non accordato, preferisco rimanere così come sono" gli occhi dell'Homunculus si fecero fessure, poi si alzò continuando a fissarla "ci rivedremo, Furia. Mi hanno detto di tenerti d'occhio e sarò felice di farlo" infine Urien Rakarth ritornò sul Raider e sfrecciò via alzando una nube di polvere, mentre il Flagello ritornò alle sue perlustrazioni. Fu sorpresa di sentire che Urien Rakarth prendesse ordini da qualcuno, forse lo faceva solo per ottenere una minima possibilità di fare esperimenti su una come lei, ma rimase comunque stupita. Inoltre ricorreva di nuovo un ordine atto a sorvegliarla o preservarla. Si alzò anche lei in piedi pronta a continuare lo scontro, ma decisa ad avere delle risposte.

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