giovedì 25 ottobre 2012

La Fine della Galassia, Capitolo 15




Hastor, il Tecnoprete traditore che pedinò l'Imperatore, continua il suo lavoro per i poteri perniciosi in questo quindicesimo capitolo.


[-10:27:56]
Hastor annusò l'aria presente nel laboratorio, pieno di odore di carni fuse e sangue. Abomini, frutti di unione tra carne e metallo, si dimenavano nelle gabbie, esseri irriconoscibili che prima erano tecnopreti leali all'Imperatore. Si era pure occupato di diffamare Teremus, diffondendo la voce che non fosse veramente lui, ma solo un impostore. La voce si stava lentamente allargando nelle menti del popolo di Marte, e presto il Fabricator Locum non sarebbe più stato un problema. Aprì la porta del laboratorio, facendo fuoriuscire il miasma della stanza e osservando la moltitudine di tecnoeretici e cultisti dalle armi e vesti improvvisate. La città sotterranea senza nome che ospitava tutti gli adoratori del Caos su Marte si estendeva per incalcolabili chilometri, creando intricate gallerie collegate con aperture che facevano passare l'aria per respirare.
Ritornò in mezzo al laboratorio e guardò un uomo coperto di stracci incatenato al muro, il suo prossimo soggetto "tu mi piaci, fungerai da sicario" si avvicinò verso di lui e gli sganciò le catene. L'uomo cadde per terra, senza la minima forza necessaria ad alzarsi e con il corpo scarno e denutrito. Lo sollevò con il servobraccio e lo pose sul banco di lavoro, bloccandolo nuovamente con altre catene. Afferrò il nartecium, lo piazzò intorno al polso e lo usò per tagliare a metà la muscolatura delle braccia delle gambe. L'uomo iniziò ad urlare, perciò gli aprì la bocca e con un attrezzo più fine gli danneggiò le corde vocali rendendole inutilizzabili. Un rivolo di sangue cadde dall'attrezzo sul volto della vittima, ma non se ne preoccupò "perfetto, così non potrai farti scoprire mediante la voce" poi prese varie protesi bioniche e iniziò a collegarle con gli arti tagliuzzati. L'espressione dell'uomo era corrugata in un'espressione di dolore immenso e le sue urla erano inutili, nessuno lo avrebbe sentito, come se si trovasse nel vuoto dello spazio. Terminò le braccia e le gambe, creando nuove articolazioni che rendevano gli arti più lunghi, lunghi artigli con generatori di corrente per fulminare il nemico e vari uncini e spuntoni per difesa, poi passò al torace aprendo anche quello a crudo. Iniettò un liquido nel corpo per renderlo completamente insensibile agli stimoli per un certo lasso di tempo, poi recise lo stomaco e l'intestino innestando meccanismi di demolizione di sostanze tossiche in sostanze innocue e digeribili, ricucendo poi il tutto. Segò la cassa toracica dandogli lo spazio di posizionare polmoni artificiali con ogni tipo di filtro, un cuore con funzionamento differente e sangue artificiale. Richiuse tutto, poi piazzò una calotta sulla sua testa in modo da poter vedere e sentire come lui su un computer e per imporgli dei comandi neurali, infine fuse alcune piastre di plastacciaio con la carne. Lo sedò per evitare ribellioni e poi lo staccò dalle catene. La bestia semi-meccanica che aveva ottenuto sospirò e si guardò i polsi, ora deformi.
Hastor si mise alla console del computer e scrisse il comando di assassinio, poi designo come obiettivo ogni individuo presente in superficie. Immediatamente la bestia si sollevò sulle proprie gambe "tu sarai M-2634, ora vai" disse accompagnando le parole con un gesto della mano, per poi vedere il suo creato uscire a quattro zampe da laboratorio e iniziare ad arrampicarsi verso l'alto. Hastor si sentì importante, era molto soddisfatto del compito assegnatoli, creare mostri dalla fusione uomo-macchina ed effettuare rituali per l'evocazione di ogni sorta di essere demoniaco risiedente nel Warp. Ora toccava alla seconda cosa.
Uscì dal laboratorio, chiudendolo a chiave e lasciando i suoi esperimenti al freddo buio e a urla straziate. Si mischiò tra la folla, rimanendo del tutto inosservato in mezzo alla marmaglia di gente, dando leggeri sguardi alle cicatrici e alle modifiche tecnologiche che i tecnoeretici o la gente comune si apponeva sul corpo, da marchi a fuoco a tagli o spuntoni sulle armature. Le persone occupavano ogni luogo, gli edifici scavati nella roccia traboccavano di esseri che non formavano una famiglia, probabilmente non si conoscevano e con ancora più probabilità il giorno prima erano in un posto diverso. Non era un posto di villeggiatura, ma uno di silenzio prima della tempesta, uno di riunione e preparazione prima di scatenare la loro potenza da ogni angolo terreno e aereo e spazzare via ogni cosa. In effetti doveva ammettere che il silenzio non era letterale, perché c'era il grande rumore della folla in mezzo ai tunnel e le grida dei vari adoratori di un dio in particolare, come chi di Khorne urlava per furia incontrollata o chi di Slaanesh per piaceri sessuali. Ma a lui non importava. Lui non adorava veramente gli Dei del Caos, era più che altro un modo per avere dalla sua parte il potere che gli avrebbe permesso di distruggere l'Imperium. Arrivò ad una porta di metallo posta intorno ad un austero edificio roccioso, bussò. Qualcuno spostò la piccola piastra di ferro sulla porta, facendo vedere degli occhi neri pieni di vasi sanguigni estremamente visibili che lo scrutavano in modo da riconoscerlo. Emise un grugnito, poi rimise la piastra a posto e gli permise di entrare dopo aver sbloccato le varie serrature. Entrò a passo lento, commentando con ironia tra sé e sé l'aspetto dell'uomo corpulento, rasato e dalla carnagione quasi albina che gli aveva aperto "salve, Nigel. È tutto pronto?" borbottò un attimo, poi rispose "certamente, sire Hastor. La conduco nella sala dove verrà effettuato il rituale" Nigel si mise davanti, seguito da Hastor che osservava la statura dell'uomo facendogli pensare che egli fosse affetto da nanismo acondroplastico. All'interno, l'edificio era del tutto diverso dalla facciata esterna. Grandi decorazione come dipinti aristocratici e armi di ogni fattura, anche xenos. Passarono a fianco ad un grande scaffale pieno di libri impolverati, poi imboccarono un tunnel che andava ancora più in profondità, questa volta senza alcuna decorazione. Hastor accese la fiamma installata nel suo dito medio sinistro e iniziò ad accendere anche le varie torce posizionate a lato appena ci passava a fianco. Il tunnel ruotava, quasi a chiocciola, ma le sue curve erano ampie e si procedeva senza il minimo pericolo di cadere di sotto. Si sentì stranamente teso in quel momento, anche se teoricamente non doveva avere alcuna preoccupazione. Nigel borbottò qualcosa, ma non capì nulla "cosa, Nigel?" chiese Hastor.
"nulla sire" rispose lui preso alla sprovvista.
"mi è sembrato che avessi detto qualcosa" gli occhi di Hastor divennero fessure.
"no no, proprio nessuna parola"
Hastor fece un cenno con la testa, in modo da fargli capire che il discorso era finito.
Entrarono nella grande sala. Simboli del Caos erano disegnati con il sangue su varie pelli, probabilmente anche umana. Vari cultisti erano intenti a intonare cori in nome del pantheon formato da Khorne, Nurgle, Tzeentch e Slaanesh, dilaniando occasionalmente qualche uomo leale all'Imperatore come sacrificio.
"Nigel, sei stato una buona guida" disse Hastor
"oh, grazie si-" un colpo partì dal fucile automatico di Hastor finendo direttamente nella testa di Nigel "ho detto 'sei stato', non solamente 'sei'..." afferrò il cadavere con il servobraccio, andando fino in mezzo al cerchio formato dai cultisti al cui centro stavano i corpi dilaniati dei sacrifici "smembrate anche questo, non aveva più alcuna utilità" i folli si avventarono sul corpo senza vita, strappando le carni a morsi o con le mani estremamente adunche, il sangue sprizzante ovunque e l'odore di morte nella stanza. Un nuovo arrivato uscì da un corridoio laterale, diverso da quello percorso da lui. Hastor lo guardò, ne aveva visti pochi come lui, la sua figura torreggiava su ogni essere lì presente, facendolo apparire ancora più imponente di quanto già fosse: era uno Space Marine del Caos.
Un Discepolo Oscuro per la precisione, una figura di grande spicco nei Predicatori, gli unici che avevano mantenuto l'utilizzo dei cappellani anche dopo l'Eresia di Horus. La sua armatura cremisi riluceva grazie alle grandi torce e lampadari del posto, rendendolo quasi un essere sovrannaturale. Egli si avvicinò ad Hastor, riconoscendolo come la persona di rango più alto rispetto agli altri "lei è?" chiese il Discepolo Oscuro.
"io sono Hastor, ex membro dell'Adeptus Mechanicus, addetto agli esperimenti uomo-macchina e uno dei principali comandanti umani. Felice di fare la sua conoscenza, qual è il suo nome?"
"Il mio nome è Erebus, Discepolo Oscuro dei Predicatori e comandante di tutto qui" Hastor fece un leggero inchino, non tanto per il fatto che lo rispettasse, ma per non avere avversioni nel caso non l'avesse fatto.
"Hastor, mi è stato riferito appena adesso che il numero di sacrifici necessari al rituale è stato raggiunto. Inizieremo i preparativi, e quando mancherà poco all'arrivo delle navi, effettueremo il tutto. Arriveranno da lì" l'ultima frase pronunciata con il suo scettro, terminante con la stella a otto punte, diretto verso il centro della sala.
"che i preparativi inizino, non vorremo far aspettare troppo gli stolti imperiali?".

[-9:58:04]
La bestia si mosse. Il suo passo era veloce, felpato nonostante i congegni meccanici ovunque e l'enorme mole. Vide un edificio, lo esaminò e decise di prenderlo come primo bersaglio. Si avvicinò a gran velocità, alzando nubi di polvere arancione ad ogni suo passo. I suoi artigli talmente forti, riuscirono ad essere conficcati direttamente nella parte dell'edificio permettendogli di arrampicarsi intorno. Era simile ad una torre, non sapeva la sua funzione e sinceramente non gli importava. C'era una finestra vicino alla cima, perciò la raggiunse e la distrusse. Fu costretto a spaccare e piegare anche il metallo di cui era composto il muro, altrimenti non sarebbe riuscito ad entrare. All'interno vi erano alcuni tecnopreti. Estrassero le pistole e i fucili, ma i colpi o rimbalzavano sul metallo o perforavano la carne, in cui i recettori dolorifici erano ormai assenti. Fece un'orribile parodia di un sorriso, ma in realtà non era felice, non possedeva più sentimenti. Uno lo colpì vicino a un occhio. Lo guardò con sguardo furioso, ma non provava rabbia, non poteva. Fece l'unica cosa consentitagli. Li uccise, tutti, nessun sopravvissuto. Cercarono di difendersi con armi da fuoco o servobracci, ma erano lenti. Bastava un contatto con gli artigli, e oltre agli squarci del taglio subivano scosse elettriche ad una quantità di volt elevatissima. Dopo avergli levato la vita, ne calciò uno come per disprezzo, ma lui non poteva disprezzare. Scese le scale, una definizione non molto adatta se si considera che piegò le ringhiere mentre scendeva tenendosi al muro. L'unico utilizzo delle scale fu il percorso. Ai piani inferiori, costanti banchi di lavoro o console di comando erano presidiate da piccole quantità di tecnopreti. Solo alcuni avrebbero potuto fargli qualche danno, quelli equipaggiati con lanciafiamme pesanti, armi plasma o termiche, ma per la bestia non c'erano preoccupazioni, perché lui non poteva preoccuparsi. Li uccideva per primi, percependoli come minacce con priorità maggiore. Ben presto la fine in quel posto giunse. Ogni tecnoprete, dal più basso al più alto di rango, era deceduto per mano della bestia. Ridotti a brandelli, folgorati dai generatori elettrici, calpestati, morsi, scazzottati o presi a testate. In qualsiasi modo la cosa accadesse, la fine era identica. Abbatté la porta al pian terreno con un calcio e uscì. Era stato un lavoro veloce, che avrebbe suscitato paura e superstizione appena l'accaduto sarebbe venuto a conoscenza d'altri. Uscì vittorioso, ma non poteva sentirsi come tale.Per un attimo, riuscì eccezionalmente a sentirsi una bestia, ma poi si rese conto della verità. Le bestie provavano qualcosa. Lui no...

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