sabato 17 febbraio 2018

Momenti BG 43: La caduta dell'Impero Lantico

“Non sono un eroe.” 
"Penso che il tempo degli eroi sia finito da tempo.”
Da quando è uscito Warhammer Age of Sigmar, l’Impero Lantico ha fatto delle occasionali apparizioni come l’ultimo grande impero distrutto durante l’Età del Caos. Oltre a questo triste destino, l’Impero Lantico è apparso in alcune mappe sotto forma di rovine, ma non ci sono mai stati grossi dettagli sulla sua caduta, finché gennaio 2018 non ci ha donato The Path to Glory, un racconto di Evan Dicken. Ora è possibile parlare di questo grande impero.

L’Impero Lantico sorse su Chamon durante l’Età del Mito, espandendosi successivamente in altri Reami, tra cui Aqshy e Hysh. I suoi giardini pensili erano rinomati, la sua tecnologia era eccelsa e poteva avvalersi degli Auracularium, ossia sistemi magici che permettevano alle città dell’Impero di comunicare anche se si trovavano in Reami differenti. Un Auracularium era costituito da una grande camera dal soffitto fatto di specchi e costellato da spine cocleari, le quali vibravano in caso di invio o ricezione di un messaggio. Ogni Auracularium era posto sulla cima di una Torre Dorata, ossia grandi costruzioni dedicate allo studio della magia e delle geometrie sacre, sparse tra le città dell’Impero Lantico.
Durante il suo periodo di splendore, l’Impero Lantico strinse anche accordi con i Fyreslayer della loggia Lofnir. I maghi dell’Ordine Dorato collaborarono con i signori delle rune duardin costruendo la Vaporcinta Dorata*, una grande muraglia che permetteva all’Impero di difendersi.  *(tentativo di tradurre Gilded Steamgird. Il termine verrà sostituito nel caso trovi una traduzione ufficiale)
Ma nonostante la sua enorme crescita, l’Età del Caos causò comunque la sua fine.
In un disastroso evento, la loggia Lofnir tradì l’Impero Lantico. I Fyreslayer strinsero un accordo con il Condottiero del Caos Magorak, radunando una vasta schiera di Magmadroth le cui fiamme sciolsero le possenti difese lantiche. Dopo la caduta della Vaporcinta Dorata, voci riguardanti la defezione di alcuni membri della Legione Eshunnaica si sparsero per l’Impero, mentre almeno una dozzina di grandi città cadde, tra cui Khemal, Nehaj e Thun.
Su Chamon, la città di Uliashtai continuò a resistere. La Città degli Ingranaggi era conosciuta per le sue strade che ruotavano come lancette di un orologio, creando un sistema di spostamento attraverso la città estremamente veloce per coloro che lo sapevano usare, ma anche una trappola per chiunque altro. A quanto pare Magorak non fu il reale comandante delle forze caotiche che affrontarono l’Impero Lantico, o almeno non l’unico. Si trattava di Azakul il Mondatore.
L’Imperatrice Xerastia decise di condurre le Legioni Lantiche per soccorrere città che però furono trovate distrutte o in mano al Caos. Tra nuvole di ruggine e un deserto di ferro, le Legioni riuscirono a marciare semi-nascoste alla vista dei servitori dei poteri perniciosi, ma chiaramente questa situazione non poteva durare per sempre. A tre giorni di marcia da Uliashtai, Azakul trovò gli imperiali. Xerastia preferì combattere piuttosto che condurre un’altra orda alle porte di Uliashtai, finendo per affrontare il comandante avversario in un sanguinoso duello. Su un crinale distante, i due si scambiarono feroci attacchi che fecero scintille. Con una lancia e uno scudo pieni di rune duardin, Xerastia parò i colpi di frusta di Azakul, poi rotolò per conficcare la sua arma nel fianco dell’avversario. Azakul rispose con un colpo che fece volare via l’elmo alato dalla testa dell’Imperatrice, rivelando capelli pieni di sangue e un occhio annerito In un’ultima carica, Xerastia ruggì abbandonando il proprio scudo e scagliandosi con entrambe le mani sulla lancia, la quale si piantò nel petto di Azakul. Il condottiero del Caos gridò in maniera sorprendentemente umana, ma non perì. Azakul afferrò la gola di Xerastia, stringendo il proprio guanto artigliato e piegandola all’indietro fino a romperle la schiena. Il cadavere di Xerastia venne abbandonato da un trionfante Azakul, ma improvvisamente un fulmine cadde dal cielo. Dove Xerastia era caduta non vi era più traccia del cadavere, solo terra bruciata.
Una morte che ci fa capire una cosa. Xerastia diventò una Stormcast, ma non sappiamo chi diventò e se sia ancora viva. In futuro, forse lo scopriremo.
Dopo la morte dell’Imperatrice, tre individui si rivelarono particolarmente importanti per questa vicenda: Sulla, capitana delle Legioni Lantiche; Kaslon, mago dell’Ordine Dorato; Livius, di cui non vi voglio ancora rivelare il ruolo.
Sulla, accompagnata dallo stendardiere Ardahir, assistette personalmente alla morte di Xerastia. Pur volendo intervenire, Ardahir disse di fuggire. Sulla rifiutò, poiché i Lantici non abbandonavano i propri compagni, eppure Ardahir le fece notare che non ci fosse pressoché nessuno da abbandonare.
Nel frattempo, nella città di Uliashtai, Kaslon cercò di gestire la situazione. I maghi del suo Ordine, insieme al Granmaestro Lek, furono decimati e decine di migliaia di rifugiati si trovarono al di fuori delle mura, ormai chiuse per ordine dell’autarca. Al comando di una vasta orda di aberranti mostruosità arrivò lo stregone Skayne Linguadisangue, la cui armatura di scaglie scintillanti rimase impressa nella mente del mago. Percorrendo la Strada dell’Orologio, Kaslon raggiunse la Torre Dorata di Uliashtai, situata ad est della città e in perfetta contrapposizione con il Palazzo dell’Autarca a ovest. Tra cittadini in preda al panico, Kaslon dovette trasgredire i canoni dell’Ordine. Non avrebbe dovuto condurre i pensieri dei propri concittadini, non avrebbe dovuto imporre loro determinate emozioni, ma per Kaslon la sopravvivenza ebbe maggiore priorità. Pur non trasmettendo completa calma negli abitanti, li diresse verso le loro case in modo che aspettassero armati. Non calmi, ma pronti.
Una volta raggiunta la Torre e poi l’Auracularium, Kaslon ascoltò l’ultimo messaggio che Uliashtai avrebbe mai ricevuto:
Tutto è perduto. 
L’impero è caduto. 
Fuggite su Azyr. 
In nome di Sigmar, fuggite. 
Prima che sia troppo tardi.
Kaslon si rese conto che da solo e con i normali strumenti dell’Ordine non avrebbe potuto fare nulla. Per questo entrò nelle profondità della Torre Dorata, dove i più potenti e pericolosi artefatti erano custoditi. Non potendo curarsi di un’attenta selezione tra gli artefatti disponibili, Kaslon seguì la più alta concentrazione di energia magica, trovandosi in una stanza apparentemente senza muri, soffitto o pavimento. Oltrepassando le protezioni magiche, Kaslon estrasse un bastone di duro cristallo che pareva cambiare forma nelle sue mani. Per il mago, era chiaramente la rigidità dell’Ordine ad aver condannato la città e l’impero. Con il suo rinnovato potere, il mago uscì dalla torre e aprì il cancello orientale, permettendo ai rifugiati di entrare. Fu in quel momento che Kaslon vide per la prima volta Sulla, la quale difese il cancello insieme ad altri soldati sopravvissuti affinché i civili potessero entrare. Dopo, Kaslon impose un sentimento di calma su tutti i civili usando i suoi grandi poteri ampliati dal bastone, un’azione che non passò inosservata agli occhi di Sulla. Ancora una volta in nome della sopravvivenza, Sulla chiuse un occhio non badando all’evento.
Ad un certo punto, le mostruosità di Linguadisangue giunsero per spargere morte, quindi i sopravvissuti si diressero verso il Palazzo dell’Autarca sfruttando le rotanti vie di Uliashtai per seminare i nemici. Nel frattempo, Livius si svegliò.

Una vasta schiera di morti si trovava sui pavimenti del Palazzo dell’Autarca. Dopo i primi segni della piaga, l’autarca sigillò il palazzo in modo che nessuno potesse entrare, eppure il sangue e il vomito cospargevano i cadaveri dei nobili morti sui pavimenti. Rimase solo Livius, svegliatosi in mezzo alla morte e al sudiciume. Non c’era più musica, niente più banchetti, solo corpi devastati dalla malattia.
Livius bevve del vino e raggiunse il luogo in cui era custodita Rovina delle Vedove, la spada di famiglia. La trovò in mano al cadavere della madre, la quale giurò di morire prima di consegnargliela. Nulla di sbagliato, quindi. Dopo la madre, Livius trovò anche il padre, ossia l’uomo steso a terra sugli scalini del trono dell’autarca e una mano distesa in avanti. L’Autarca morto di Uliashtai sedeva proprio lì, le sue vesti ormai troppo larghe per il suo fisico emaciato, probabilmente all’oscuro della morte di Xerastia, sua nipote.
Quando Livius uscì su una balconata e osservò i cancelli del palazzo, non vide demoni, ma una massa di civili con un mago di fronte. I Lantici non abbandonavano i propri compagni, specialmente in questo caso, dato che i cancelli non potevano essere aperti né dalla forza né dalla magia. I corpi di migliaia di eroi dell’Impero Lantico erano stati ritualmente trasmutati in metallo per andare a comporre le mura e i meccanismi del palazzo, le loro anime non avrebbero permesso a niente di passare se non con il permesso di un nobile. Livius, pur temendo che gli ingranaggi degli antenati non riconoscessero il suo sangue forse troppo debole, riuscì a concentrarsi e a imporre l’apertura del cancello. Fu una tortura, ma alla fine i cittadini entrarono e lui perse i sensi.
Quando tornò in sé, nella stanza vide sia Sulla che Kaslon, i quali si resero conto di cosa Livius fosse diventato. In assenza di qualunque altro sopravvissuto, Livius era il nuovo Imperatore.
In una maschera di sangue e vomito, Livius dovette parlare al popolo. Un imperatore codardo avrebbe dovuto infondere coraggio nei suoi cittadini.  Kaslon lo avrebbe aiutato mentalmente, ma solo lui. Sulla chiuse un occhio prima, ma non in quel momento. Non potevano tradire ogni principio su cui si basava la loro cultura.

Dopo un discorso tremendamente poco convincente, i tre individui condussero i sopravvissuti nella Sottovia del Palazzo dell’Autarca, un passaggio sotterraneo tra Uliashtai e il forte della Loggia Lofnir, costruito come un segno di amicizia tra umani e duardin. Chiaramente, questa amicizia tra Lantici e Lofnir non valeva più, ma i tunnel della Sottovia, illuminati dalle rune, erano tranquilli perché la loggia aveva abbandonato le proprie sale per seguire la propria folle sete di ur-oro. Purtroppo la loro fuga richiese il sacrificio di tutti coloro ancora fuori dal Palazzo. Molti vennero lasciati in balia delle orde caotiche, pochi raggiunsero la Sottovia.
Persino il viaggio verso il Realmgate per Azyr non fu esente dal bacio della morte che colpì i più esausti. Per Livius era necessario fermarsi; d’altronde, perché fuggire così se tanto ciò causava ulteriori morti? Ma il loro riposo non durò molto.
Pur dovendo intraprendere un viaggio molto più lungo rispetto alla Sottovia, Skayne Linguadisangue riuscì inspiegabilmente a raggiungerli passando per le Colline Sonanti. In un ultimo desiderio di difendere l’impero, Sulla guidò gli ultimi soldati rimasti contro Skayne. Kaslon e Livius continuarono a condurre la fuga, finché l’imperatore non trovò qualcosa di paragonabile al coraggio. Se fosse sopravvissuto, sarebbe stato sempre l’imbarazzante imperatore che aveva permesso a tutto di cadere. Meglio morire, meglio essere dimenticato.
Con un braccio tremolante, Livius urlò dichiarando di voler combattere con il proprio popolo. Non avrebbe condannato chiunque avesse deciso di continuare la fuga, ma lui sarebbe rimasto. Il suo secondo discorso funzionò, i sopravvissuti si voltarono e decisero di  affrontare gli invasori un’ultima volta. Kaslon li seguì, non avrebbe potuto mai fuggire da solo.
Durante lo scontro, Linguadisangue volò sul campo di battaglia sul proprio disco di Tzeentch e afferrò Sulla per le spalle. Privati del proprio leader, i legionari lantici iniziarono a morire più velocemente. Quando gli altri intervennero, Kaslon vide il corpo ancora vivo di Sulla nella mano di Linguadisangue. Non riuscendo a colpire direttamente lo stregone, Kaslon liberò Sulla dall’incantesimo che la rendeva impotente, così che potesse scattare infilzando il disco su cui stava volando il loro nemico. Skayne Linguadisangue precipitò e un’ondata di energia magica causò la mutazione di buona parte dei legionari guidati da Livius. Sulla attaccò, Kaslon deviò gli attacchi magici, ma fu Livius a lanciarsi come un pazzo, la spada di famiglia nella mano. Da un cumulo di macerie, Livius saltò e affondò la lama nell’armatura prismatica di Skayne. Quando quest’ultimo cercò ancora di reagire, Kaslon fermò i suoi dardi di fuoco mutageno, mentre Sulla lo bloccò con una forte stretta. Livius affondò ancora una volta e Skayne morì.

Dopo l’ardua battaglia, i sopravvissuti furono pochissimi e davanti a loro si erse il Realmgate che li avrebbe portati su Azyr. Secondo Sulla, però, Sigmar avrebbe dovuto salvarli prima. Era un dio, non poteva permettere che tutto questo accadesse.
Lo stendardiere Ardahir si avvicinò a Sulla e Kaslon, sostenendo di aver visto lo stregone fare qualcosa di strano. Kaslon avvicinò una mano al Realmgate crepitante, ma dovette allontanarla a causa del dolore improvviso. Non potevano andarsene, il Realmgate era chiuso. Con tutta la propria rabbia diretta verso Sigmar, Sulla sbatté la spada contro il portale, spezzandola a metà prima che Ardahir parlasse nuovamente. Con un grido rivoltò alla capitana, lo stendardiere puntò il dito lontano.
Con il sorgere di una nuova alba, i sopravvissuti videro vaste schiere lantiche giungere verso di loro insieme ai loro stendardi. I leoni dorati della Legione Thunnica, i passeri e il sole della Legione Khemala e persino il drago argentato di Eshunna, la città natale di Sulla. Lacrime di gioia scesero dagli occhi della donna, ma poi vide le stelle a otto punte. Vaste schiere dell’Impero Lantico avevano abbandonato la loro precedente fedeltà seguendo Azakul il Mondatore, il quale giunse alla testa di tutta quella massa di traditori, bestie e demoni.
Tuttavia, Il condottiero non attaccò, ma aspettò che Sulla, Kaslon e Livius si avvicinassero. Paradossalmente, ora c’erano più Lantici dalla parte del Caos. Azakul sostenne che quelli dalla sua parte non fossero traditori, ma i traditi. Traditi dal proprio impero, traditi dagli dei. Con Linguadisangue fuori dai giochi, Azakul fece le proprie offerte.
A Sulla offrì la stessa possibilità di vendicarsi che aveva offerto agli altri, così da portare giustizia su Sigmar.
A Kaslon offrì la verità. Nessun limite imposto dall’Ordine Dorato; la sua verità, la comprensione e l’esplorazione di regni che non avrebbe mai immaginato.
A Livius offrì il nulla. Niente a tormentarlo dagli abissi del passato, l’abbandono della sua vita precedente e del giudizio altrui per poter vivere e morire come meglio avrebbe creduto.
Accettando, avrebbero potuto ricostruire il proprio impero, secondo Kaslon. Avrebbero anche potuto non farlo, secondo Livius. Alla fine, i tre presero una decisione e il marchio del Caos venne impresso sulla loro carne. Quando tornarono dai sopravvissuti, cercarono di convincerli delle loro ragioni e tentarono di portarli dalla loro parte, ma ricevettero solo disprezzo.
I sopravvissuti vennero massacrati e Sulla uccise Ardahir. Come Xerastia, un lampo colpì il suolo accecando temporaneamente la capitana. Quando riaprì gli occhi, anche del cadavere di Ardahir non ci fu traccia. Dopo questo scontro, tutto sembrò finire, ma Sulla seppe cosa fare. Un giorno avrebbe ucciso Azakul e avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di Kaslon e Livius.

Tutto fu orchestrato da Archaon e così, nel corso di un secolo, ebbe fine l’Impero Lantico come conosciuto durante l’Età del Mito. Città vennero distrutte, città vennero corrotte, mentre altri abitanti vennero ridotti a tribali primitivi e altri ancora caddero nella necrofagia fino a diventare orribili ghoul.

Da lontano, Archaon gioì.

BIBLIOGRAFIA
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